I vantaggi che avresti come imprenditore nel portare il welfare all’interno della tua azienda.

Il welfare all’interno della tua azienda fatica a decollare? Probabilmente è dovuto a questi motivi…

Ecco come si passa da essere un’azienda vecchio stampo, ferma alle sue solite abitudini, ad essere una realtà innovativa (in linea con le esigenze della comunità e che sa cogliere nuove sfide).

Per capire come riuscirci dobbiamo partire dal comprendere un’espressione che sicuramente conosci (ma che difficilmente hai sentito utilizzare nell’ambito del welfare).

Sto parlando della comfort zone. La comfort zone è utilizzata per descrivere quella condizione mentale nella quale una persona si “accomoda”, perché ne ha familiarità, è abituata e quindi si sente al sicuro. 

A tutti è capitato almeno una volta nella vita di passare un periodo di transizione, in cui ci rendiamo conto che qualcosa non va, siamo consapevoli che dovremmo cambiare le cose e ci sentiamo frustrati perché non riusciamo a mollare le vecchie abitudini per intraprenderne di nuove. 

Quando finalmente però riusciamo a dare una svolta, ci rendiamo subito conto di quanto stiamo meglio e avremmo dovuto farlo subito. Uscire dalla zona confort è esattamente questo e farlo non è mai facile perché il cervello ha bisogno di sicurezza, ma è un atto indispensabile per apprendere, migliorare e raggiungere degli obiettivi. 

La scelta da porsi è semplice: voglio rimanere sempre fermo immobile per non temere incognite o voglio fare passi avanti?

Quando l’uomo si spinge oltre l’ambito in cui si sente al sicuro sicuramente proverà una certa forma di stress, ma questo è anche il momento in cui sarà molto più vigile ed attento, propenso quindi ad apprendere nuove realtà, esattamente come quando ci troviamo ad accettare un nuovo lavoro. 

Una volta preso confidenza con il cambiamento le prestazioni migliorano e di colpo ci si abitua nuovamente, questo perché si ha superato uno scoglio, si è allargata la propria zona comfort, ci si è portati ad un livello successivo.

Questo non significa ovviamente che nella vita bisogna costantemente cambiare: è fondamentale avere delle certezze, ma a volte vale la pena accettare di buon grado un cambiamento e goderne poi dei frutti.

Ora ti domanderai: cosa c’entra tutta questa psicologia con il welfare aziendale?

Il Welfare aziendale, sebbene abbiamo visto che esiste da secoli, in Italia si sta rapidamente diffondendo solo negli ultimi anni (complice la legge di stabilità del 2016, per approfondire la storia del welfare leggi qui…https://www.ernestodepetra.it/il-welfare-nella-storia-dalla-rivoluzione-industriale-ad-oggi/), si tratta quindi di una novità e, come tutte le novità, spesso spaventa o viene vista con sospetto.

In particolare in Italia infatti c’è un ‘pregiudizio culturale’ sul welfare aziendale.

Sebbene sia stato accolto con grande entusiasmo da molti, ci sono ancora gruppi di scettici nei confronti del welfare aziendale e poco inclini al cambiamento. 

Il motivo per cui in Italia è così difficile radicare una cultura di welfare aziendale (e perchè c’è ancora molta diffidenza al riguardo)

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, esistono ancora delle resistenze tra gli  imprenditori, ma anche tra i lavoratori stessi e le loro rappresentanze sindacali.  

Tuttavia, non basta la ‘comfort zone’ a spiegare perché la cultura del welfare aziendale non si è ancora radicata del tutto. Vi sono bensì altre motivazioni di tipo prettamente culturale:

  • I sindacati temono di perdere sia il controllo che il potere legato alla contrattazione collettiva, basata sempre solo sull’aumento della busta paga.
  • I lavoratori a volte sono sospettosi, temono quasi che ci sia sotto qualcosa, non riescono a concepire semplicemente che gli si stia facendo un regalo senza chiedergli qualcosa in cambio. Alcuni addirittura pensano che sia una forma di ricatto con la quale il datore di lavoro li tiene legati all’azienda, come accadeva all’epoca delle imprese di stampo paternalista.
  • Il datore di lavoro, oltre a non riuscire a comprendere i reali benefici che riuscirebbe ad ottenere da un piano di welfare aziendale, teme anche un sempre crescente aumento delle richieste a cui potrebbe non essere poi più in grado di rispondere. Un po’ sul principio del “quando dai una mano all’altro, questo si prende il braccio”.

Tutte queste paure sono dovute ad una pessima conoscenza della materia ed a un pregiudizio culturale dovuto al perpetrarsi per secoli della concezione del lavoro come un posto non accogliente, dove non si pensa al benessere dei dipendenti e dove vi è un semplice freddo scambio tra manodopera e salario. 

Ecco quindi la ‘famosa’ zona comfort dove non si sta bene, ma a cui intanto si è abituati.

È quindi necessario superare quel muro fatto di sospetto e di mancanza di informazione, che impedisce ad entrambe le parti coinvolte (imprenditori e dipendenti) di poter fruire della moltitudine di vantaggi che il welfare aziendale può offrire. 

Per fare ciò bisogna lavorare su più fronti: l’imprenditore deve avvalersi di esperti che siano in grado di spiegargli in maniera esaustiva cos’è il welfare aziendale e quali sono i vantaggi derivanti dalla sua introduzione nella propria azienda; mentre i dipendenti devono essere innanzitutto coinvolti in questo progetto e sentiti nei loro bisogni, in modo tale da rendersi conto che c’è un reale interesse nel prendersi cura di loro.

C’è un NUOVO modo di fare impresa e parte dal comprendere l’importanza del benessere delle risorse umane. 

Per affacciarsi al mondo del Welfare aziendale bisogna innanzitutto avere ben chiaro quanto il benessere dei propri dipendenti sia ad oggi fondamentale per la vita di un’impresa. 

I dipendenti di un’azienda, infatti, non sono computer, bensì persone dotate di sentimenti, ambizioni, sogni e soprattutto bisogni che, quasi mai, sono esclusivamente materiali. 

È sbagliato pensare che l’unica leva importante nella scelta di un lavoro sia lo stipendio che si andrà a percepire: oggi più che mai, infatti, entrano in gioco altri fattori, come appunto la presenza o meno di piani di welfare aziendale nell’azienda, l’impegno etico di un’azienda nei confronti delle persone e dell’ambiente, la flessibilità oraria, la possibilità di fare carriera, l’equilibrio tra vita-lavoro e la possibilità di fare una famiglia. 

Tutti questi dati sono ormai ampiamente avvalorati da parecchi studi e indagini a riguardo e gli imprenditori non possono più non tenerne conto se vogliono rimanere al passo con il mercato del lavoro.

Per l’imprenditore d’altro canto fare welfare non significa soltanto fare un regalo ai dipendenti, ma è una sfida davvero Win to Win, dove tutti guadagnano qualcosa: questi ultimi saranno più sereni, più motivati, liberi da parecchie incombenze quotidiane che generano ansia, potendo usufruire dei tanti servizi alla persona che il welfare aziendale offre per loro e per i propri cari.

Gli imprenditori vedranno aumentare la produttività della propria azienda, ridursi assenteismo e turnover, migliorare la propria brand reputation e tutto approfittando dei benefici fiscali che la legge di stabilità del 2016 gli ha messo a disposizione.

Oggi i più importanti Brand internazionali hanno perfettamente inserito nella loro strategia aziendale il benessere dei dipendenti, questo perché hanno intuito e successivamente visto con i propri occhi la grande opportunità che tale sfida gli metteva davanti e l’hanno saputa cogliere al volo. 

Non bisogna però pensare che il welfare aziendale sia uno strumento ad appannaggio solo delle grandi aziende. Certo, ovviamente le multinazionali dispongono di tutte le risorse possibili per attuare piani di welfare aziendale anche particolarmente onerosi. 

Si pensi a quelle aziende che costruiscono impianti sportivi o asili nido interni alle loro sedi e tante altre soluzioni “in grande”, ma piani di queste dimensioni vengono fatti anche per una questione di brand reputation, che deve rimanere sempre altissima e in sfida con dei concorrenti altrettanto grandi. 

Fare Welfare non significa necessariamente investire capitali immensi in strutture per fare contenti i dipendenti ( e magari non vengono neanche tutti soddisfatti), bensì significa mostrarsi sensibili ai bisogni dei lavoratori, ascoltarli, coinvolgerli nei progetti aziendali, farli sentire importanti con piccoli gesti, offrire loro dei servizi realmente utili a soddisfare le loro necessità anziché fornirgli iniziative monetarie come il premio di produzione (che è stato dimostrato essere meno efficace rispetto al welfare aziendale in termini di riconoscimento da parte di chi lo riceve).

Ecco cosa devi fare per portare questo nuovo modello di Welfare all’interno della tua azienda. 

Una volta fatta propria l’idea dell’importanza delle proprie risorse umane nello sviluppo del business d’impresa, è importante procedere con piccoli passi alla volta. 

Non è utile attivare una marea di opzioni di welfare aziendale a caso, è al contrario molto più proficuo iniziare con pochi servizi ma che realmente coprano le necessità del proprio staff lavorativo. 

In questo caso il full-optional potrebbe essere una spesa inutile se magari a tutti i dipendenti interessano gli stessi 2 servizi su 20 che gli vengono offerti. 

Da qui l’importanza dell’ascolto, del fornire ai dipendenti dei questionari specifici per comprendere innanzitutto qual’è il clima aziendale da loro percepito e quali sono i loro reali bisogni, in modo tale da coinvolgerli ancora prima di creare il piano operativo, comunicargli cosa si ha in progetto per loro ed allo stesso tempo poter creare poi un piano ad hoc effettivamente apprezzabile, senza rischiare di investire risorse inutili. (Parlo di questo in modo approfondito nell’articolo –https://www.ernestodepetra.it/ecco-come-progettare-un-welfare-efficace-allinterno-della-tua-azienda/ ).

Il primo piano che si mette in atto fungerà da “pilota” e bisognerà sincerarsi che venga ben comunicato ai dipendenti e successivamente monitorare quanto sia effettivamente recepito e utilizzato, apportandovi modifiche ove necessario. 

Un piano di welfare aziendale va concepito in un’ottica dinamica: i bisogni dei dipendenti non sono statici, mutano nel tempo e quindi anche il piano di welfare aziendale verrà ogni anno analizzato, modificato ove necessario ed ampliato mano a mano che se ne riscontrano i risultati positivi ampliando sempre più la gamma di servizi messi a disposizione.

I primi anni bisognerà poi procedere con diversi strumenti di monitoraggio dei risultati, specialmente mediante questionari ad hoc da fornire ai dipendenti per comprendere il feedback rispetto al piano messo in atto (possibilmente semestrali o almeno annuali); in seguito il piano welfare si sarà fuso talmente bene con la struttura organizzativa dell’azienda, che si arriverà al punto di riuscire perfino a “prevedere” quali possono essere le migliorie future o le nuove iniziative da mettere in atto. 

È un po’ come le mamme: appena diventano genitori non sanno bene come provvedere ai bisogni del nuovo nato e chiedono consigli ai pediatri ed ai loro genitori, in seguito riescono a comprendere qualsiasi cosa dei loro figli ancor prima che glielo comunichino.

Monitorare il risultato, inoltre, non è soltanto utile per comprendere il reale coinvolgimento delle persone nei piani di welfare, ma serve anche per valutare i fornitori scelti e comprendere se effettivamente erogano servizi di qualità elevata oppure no. 

Quando si parla di qualità non si intende solo la perfezione del servizio in sé, bensì la cura di tutto il processo e la facilità del suo utilizzo, nel quale sono coinvolti non solo coloro che lo erogano, ma anche coloro che se ne avvantaggiano, cioè i clienti, la cui soddisfazione è di fondamentale importanza. 

Il welfare, infatti, come qualsiasi altra cosa, deve rispondere all’aspettativa del consumatore per poter funzionare. Avere la possibilità di monitorare un costante flusso di informazioni riguardanti il feedback consente di adeguare l’offerta del welfare e fare sì che l’azienda, sempre più matura e consapevole del progetto che ha messo in atto, riesca a strutturare un’offerta di servizi welfare sempre più soddisfacente e addirittura a predire gli scenari successivi.

Detto questo, immaginiamo quindi che l’azienda abbia ormai sviluppato un piano di welfare aziendale ben strutturato e funzionante. Che succederà? I dipendenti si sentiranno felici, gratificati nello svolgere il proprio lavoro ed avranno sviluppato un forte senso di fedeltà verso la propria azienda, sentendosi parte di un gruppo e di un progetto di business da mandare avanti con successo. 

L’azienda ne vedrà i risultati in termini di aumento della produttività, riduzione del turnover, ma anche aumento della soddisfazione dei clienti finali, questo perché se i dipendenti lavorano bene anche i clienti saranno soddisfatti, inoltre è dimostrato da numerosi studi quanto oggi anche gli acquirenti stessi mostrano più fedeltà verso quei marchi che prestano attenzione al benessere delle risorse umane. 

Ovvio, per far sì che i consumatori sappiano che l’azienda è sensibile alle tematiche del welfare aziendale bisogna comunicarlo all’esterno, mediante i propri canali consueti (social network, sito internet, articoli ecc).

Le aziende più virtuose e più soddisfatte dei risultati ottenuti dall’introduzione dei piani di welfare aziendale spesso arrivano addirittura ad allargare le proprie braccia oltre il benessere dei propri dipendenti, estendendosi perfino verso il benessere della comunità circostante. 

Dalla collaborazione con gli enti pubblici locali alle donazioni verso associazioni no profit, infinite sono le attività che si possono mettere in atto nel momento in cui si interiorizza l’idea di avere una responsabilità etica nei confronti della comunità, anche qui senza per forza spendere ingenti quantità di denaro. 

Un esempio? Poste italiane ha messo in atto “valori ritrovati”, un progetto di economia circolare in collaborazione con la fondazione Caritas Roma Onlus, a cui vengono destinati quei pacchi che non possono essere recapitati al destinatario per aiutare le famiglie in difficoltà. 

Finora si parla di un volume di circa quindicimila pacchi, pari allo 0,016% dei volumi complessivi, che trascorso il periodo di stoccaggio, venivano smaltiti attraverso l’invio al macero.

La Fondazione Caritas Roma Onlus ha individuato un proprio spazio idoneo e protetto dove stoccare i beni ricevuti dal Gruppo Poste Italiane, avendo cura di selezionarli e destinarli a miglior uso, con il supporto concreto dei volontari di Caritas e dei dipendenti di Poste Italiane che aderiscono all’iniziativa di volontariato d’impresa, rendendoli così anche parte attiva nel progetto etico messo in atto.

Un altro esempio di scelta etica che va oltre il benessere dei dipendenti è dato da Discovery, il network televisivo composto da 12 canali in Italia. 

Oltre alle numerose iniziative di welfare che propone, infatti, ha recentemente introdotto un buono di 5000 € per coloro che vogliono adottare un minore. 

La valenza sociale di questa scelta è chiara ed importante: non solo aiutare i propri dipendenti a coprire le alte spese inerenti all’adozione, ma incentivare l’adozione stessa, che spesso può per l’appunto essere frenata a causa dei costi che vanno sostenuti e regalare così una famiglia a chi non ce l’ha.

Potrei proseguire oltre citando tantissimi altri esempi ma mi fermo qui. Le aziende che ho preso in analisi sono si delle realtà grandi e quindi dotate di tante risorse, ma è bene sottolineare che il welfare aziendale non è affatto solo ad appannaggio delle grandi realtà imprenditoriali ed il rapporto sulla diffusione del welfare aziendale mostra infatti che sempre più tante piccole e medie imprese si stanno dotando di piani Welfare, dimostrando che anche nel proprio piccolo tutti possono fare qualcosa di grande, che restituisce in cambio grandi risultati. 

Se sei interessato anche tu a sviluppare il welfare e portare la tua azienda ad un livello successivo, clicca sul link qui accanto: https://www.farwel.it/scopri-farwel

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A presto,

Ernesto De Petra

Fondatore di Farwel

Consulente specializzato nell’ambito del Welfare Aziendale ad Personam